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domenica 6 luglio 2014

Picnic au bord de l'eau..terrina verde, lo chic à porter





Photo: Matteo X Patocchi 2014

Da queste parti l'estate mi piace pensarla come una bella giovane sull'uscio che fa capolino aspettando il momento migliore che stenta ad arrivare.
Che poi la realta' sia piu' vicina  all'immagine di una volatile e bisbetica signora che esplode in sorrisi che presto rimpiange  e' un'altro problema.
Io intanto, in attesa,  penso a picnic, a giornate afose e  a piatti freschi da assaporare in compagnia.
E ho riscoperto le terrine. Un modo sofisticato ma decisamente facile di  mangiare verdure, magari spalmate su una fetta di pane fresco sdraiata sull'erba.
Si puo' giocare con le porzioni e creare dell porzioni individuali molto adatte anche ad un antipasto seduti classicamente a casa.
Uno di quegli antipasti che grazie alla lentezza dei gesti che accompagnano la degustazione preparano ad una lunga serata insieme.
Per questa terrina dal colore verde brillante ho scelto un abbinamento di zucchine novelle e foglie di spinaci, il tutto accompagnato da yogurt greco al profumo di basilico e di menta.

























Photo: Matteo X Patocchi 2014 

 Photo: Matteo X Patocchi 2014


Ingredienti per circa 6 persone

600 g di zucchine novelle romanesche
2 uova freschissime
200 g di spinaci freschi
250 g di yogurt greco
1 spicchio di aglio
1 noce di burro
1 limone non trattato
qualche foglia di menta e di basilico
sale e pepe nero


Prendete le zucchine lavatele per bene  e tagliatele a cubetti. Inseguito passatele in padella con olio caldo e uno spicchio d'aglio appena schiacciato cosi' da sprigionare il suo aroma.
Appena le zucchine saranno appassite un po' (ma non troppo, devo rimanere un po' croccanti) aggiungete gli spinaci e una noce di burro. Lasciate appassire anche loro e condite il tutto con sale pepe, scorzetta di limone e menta.
Quando le verdure si saranno raffreddate frullatele con un mixer ad immersione aggiungendo lo yogurt (lasciate un po' di yogurt per servire) e le uova, cosi da ottenere una crema spumosa.
Suddividete il composto in cocottine di vetro o qualsiasi altro materiale da forno.
Trasferite le cocottine in una teglia versate acqua bollente in modo tale che copra i due terzi dell'altezza della loro altezza.
Cuocete il tutto in forno caldo a 150 gradi per una quarantina di minuti.
Lasciate raffreddare le piccole terrine che potrete gustare sul del pane tostato con un cucchiaio di yogurt che rinfreschi il sapore della terrina e qualche foglia di basilico fresco.

Buon picnic!!!

venerdì 15 marzo 2013

déplacement culinaire...da un passato lontano... ad un paese straniero... Farinata di ceci









Premetto che io la farinata, cecina o come volete chiamarla voi, non l'ho mai mangiata.
Caso vuole che con la farina di ceci rimasta, dopo averla usata per le mie crespelle zucca e amaretti, la prima ricetta che mi e' venuta in mente e' stata questa.
Certo e' che, benche' motivata da un misto di curiosita' voglia sperimentatrice, quando cucino qualcosa di cui non ho neanche un vago ricordo e' sempre un po' un punto interrogativo.
 Per l'occasione, cercando e confrontando in rete alcune ricette e metodi di cottura, scopro che questa ricetta dalla semplicita' disarmante ha una storia lunga che si perde nella notte dei tempi.
Convinta di assecondare una delle mie bislacche voglie di cibo non proprio autoctono scopro invece che in realta', qualcuno molto prima di me, in questa isola lontana dal Bel Paese, probabilmente questa ricetta l'ha gia' cucinata piu' di una volta!

Una preparazione molto simile e' documentata fin dai tempi dell'impero romano. Per le sue caratteristiche altamente nutritive e per il suo costo decisamente basso, i soldati romani solevano cuocere un impasto di farina di ceci e acqua suoi loro scudi resi roventi dal sole per sfamarsi durante le loro campagne belliche.

E non vedo il perche' questo non potesse essere successo anche a Londinium, citta' romana fondata intorno al 43 d.c.

Cosi' saltellando da una ricetta ad un'altra prendo per buona un' informazione storica sul modo di gustarla durante il medioevo e come al solito rielaboro a  modo mio!

Sembra infatti che la farinata si servisse con un trito di cipolle bagnate di aceto e con del formaggio fresco.
Dunque perche' non stufare una bella cipolla rossa e caramellarla con aceto balsamico e zucchero e non servire il tutto accompagnato da una bella fetta di ricotta di pecora spolverata di pepe rosa?

Perche' no? Ed infatti ecco la mia versione di un piatto che viene da lontano...in tutti i sensi!

Ingredienti per la farinata ( per 2-3 persone)

150 g di farina di ceci
300 ml di acqua a temperatura ambiente
poco meno che mezzo bicchiere d'olio  d'oliva
sale e pepe.
Per le cipolle
2 cipolle rosse
due cucchiai di aceto balsamico
due cucchiaini di zucchero di canna
pepe e sale
pepe rosa per condire la ricotta

In una ciotola con la farina di ceci aggiungi l'acqua a poco a poco, mescolando e cercando di evitare che si formino dei grumi.
Una volta formata una pastella liquida, lascitela riposare, coperta da una pellicola o un coperchio, per almeno un 4 -5 ore, mescolando di tanto in tanto.
Aggiungere poi l'olio avendo cura che vengo completamente assorbito dall'impasto.
Versare il tutto in una teglia bassa, preferibilmente di rame, anche se una di alluminio andra' bene lo stesso.
Cuocerla in forno gia' caldo a 240 gradi per all'incirca una decina di minuti.
visto che la farinata va mangiata calda appena sfornata avrete cura di preparare le cipolle di accompagnamento prima di infornarla.
Sbucciate e affettate grossolanamente le cipolle. Fatele rosolare in una padella con dell'olio d'oliva  aggiungendo un goccio d'acqua calda fino a che non saranno morbide. Aggiungete poi due cucchiai di zucchero e l'aceto balsamico. Aspettate che si riduca il liquido e che si formi il caramello.

Servire la farinata calda cosparsa di pepe fresco, cipolla e una fetta di ricotta di pecora fresca, spolverata di pepe rosa.










giovedì 12 luglio 2012

zuppa contadina di fave e limone



Mia nonna aveva la pelle scura per il sole, gli occhi piccoli e verdi, lo sguardo penetrante, le mani magre e callose. Quando usciva di casa per noi bambine era un po' un mistero. Non sapevamo quando sarebbe rientrata e che cosa avrebbe avuto nel suo cesto di vimini.
Potevano essere uova ancora tipide per la covata, frutta succosa e verdure sporche di terra rossa.
Ricordo che davo per scontato quell'abbondanza, ricordo che non pensavo che la vita dei miei nonni potesse essere qualcosa di cui vantarsi o ostentare. Per me quello era il duro lavoro di tutti i giorni.
Ora vivo in questa citta' e accendendo la televisione vedo bella gente, bionda con stivali in gomma griffati, entusiasti mentre zappano il loro orticello metropolitano e sgrullano la lattuga dalla terra.
Se da un lato trovo encomiabile il ritorno al cibo naturale, all' orto e le sue meraviglie, dall'altro, quando ascolto sperticate lodi di giovani chef all'arrembaggio non posso fare a meno di sorridere pensando alle faccie segnate dei miei nonni e a quali potrebbero essere i loro commenti.

Per questo post cucino una zuppa contadina, servendomi dell'epiteto proprio come avrebbero fatto quegli chef. Eppure per me era solo una zuppa fumante e profumata, fatta di ingredienti di stagione. Quelli che dovevi aspettare. Una zuppa che mangiavo quando arrivava la bella stagione.

Questa versione e' assolutamente fedele alla tradizione ciociara per quanto riguarda cottura ed ingredienti. La presentazione, pero', e' un omaggio alla Puglia dove le fave vengono servite in purea accompagnate da cicoria ripassata.
La fetta di pane abbrustolita e' previta, in realta', anche nella versione laziale, quindi questa soluzione mi sembra un buon compromesso.

Ingredienti 

250 g. di fave fresche o surgelate gia' sgranate
3/4 cipolle di grandezza media
2 limoni non trattati
Qualche foglia di basilico
Olio sale e pepe macinato fresco
Pane vecchio di qualche giorno.
Scagliette di ricotta salata o pecorino per guarnire


In una pentola dal fondo alto far rosolare le fave con le cipolle tagliate a fette piuttosto erte e sfumare il tutto con il succo di un limone. Aggiungere poi della scorza grattugiata.

Dopo cinque minuti aggiungete l’acqua bollente fino a coprire le verdure.
Lasciate cuocere la zuppa per un bel po’ avendo cura di aggiungere acqua sempre bollente quando vedete che si sta asciugando.
Io l’ho fatto andare per un’ora e mezza (le mie fave purtroppo erano un po’ durette).
Quando le fave si saranno ammorbidite abbastanza, aggiungete qualche foglia di basilico e date una frullata veloce con un mixer ad immersione. Lasciate il purè un po’rustico.

Abbrustolite le fette di pane in forno. Se vi piace l’aglio, potete strofinare uno spicchio sulle fette di pane prima di infornarle.

Adagiate poi la purea, buona anche tiepida o fredda sul pane caldo e croccante e guarnite il tutto con scaglie di pecorino o ricotta salata.

sabato 3 dicembre 2011

gnocco fritto politically correct





Qualcuno ha detto gnocco fritto?

 Ah si gia' ero io... ma avrei potuto dire crescentine se fossi stata bolognese o pinzino venendo da Ferrara o torta fritta passando per Parma o ancora pizza fritta passando per Roma e arrivando a Napoli.
 Per non parlare poi delle parentele con il panzerotto campano/pugliese.

Tenendo da parte le parentele che trovo per altro rappresentative del nostro complesso Paese, la tentazione di prepararli e' stata troppo forte. Adore le fritture ben fatte, sono  il mio gilty pleasure e quindi ogni tanto a dispetto degli agguerriti salutisti mi abbandono al piacere.

Tuttavia sono scesa a qualche o, forse considerevole, compromesso con la ricetta originale. Infatti,
comparando una serie di net-fonti, tutte erano piu' meno concordi sull'uso dello strutto.

Ora non voglio assolutamente mettere in dubbio validita' dell'ingrediente e il genuino sapore che dona al cibo ma devo ammettere che non ho mai avuto modo di usarlo.

A casa mia, da brava "terroncella" la parola strutto era praticamente bandita in cucina e a malapena il burro trovava posto nel nostro frigo.

Ora sono orgogliosa di annunciarvi che l'emancipazione familiare ha determinato una maggiore conoscenza del burro e un certo rispetto per questo ingrediente ma quando mi approccio ad una confezione di lardo, per altro facile da trovare in terra angla...beh ancora ho qualche remora.

Ma mai dire mai in cucina ...e poi in effetti che Gatta sarei??!!!

Cmq vi presento orgogliosa la versione light...ahahah! si fa per dire!... di questa specialita' regionale che, per evitare che appaia troppo salutare, ho associato con delle profumatissime fette di coppa lombarda ma che sarebbe stata perfetta accompagnata da salumi misti e quella deliziosa certosa che mi sono fatta fuori in 24 ore nette!

Ingredienti
per 4 o piu' persone

450 g di farina 00
7 g di lievito di birra liofilizzato = a 23 g di lievito di birra fresco.
2 cucchiai di olio d'oliva
olio di semi per friggere
2 cucchiaini di zucchero
una manciata di sale


Porre la farina in una insalatiera possibilmente di platica, aggiungere il lievito liofilizzato che non necessita di essere disciolto in acqua. Poi aggiungere due cucchiaini di zucchero e un cucchiaio di olio di oliva.

Comnciare ad impastare il tutto aggiungendo dell'acqua appena tiepida nella quantita' necessaria per formare una pasta mordida ed elastica.

Lasciare lievitare la pasta per almeno un paio di ore.
Quando l'impasto sara' almeno raddoppiato di volume creare dei panetti e praticare un'incisione a forma di X su ognuno  e lasciarli lievitare per un'altra mezzora.

Infine stendete la pasta creando una sfoglia di un paio di centimetri di spessore. Poi con un coltello affilato o un taglia pasta tagliare la sfoglia in rombi.

Immergeteli nell'olio bollente, fateli friggere su entrambe i lati e irrorate, con l'aiuto di un cucchiaio, il lato che gonfiandosi non sara' immerso nell' olio, per mantenere uniforme la temperatura di frittura.

Quando saranno dorati su entrambe i lati poneteli ad asciugare su un foglio di carta assorbente.
Serviteli caldi... che sono divini!

  











































domenica 7 agosto 2011

Manfredonia ...Manfredi e ...il polpo re!

 


Destinazione Puglia, promontorio del gargano, golfo di Manfredonia.
Passare qualche giorno da quelle parti ormai per me non significa piu avventura e scoperta ma quotidianeita', sapori e odori familiari.
Familiari si ma non meno inebrianti e goduriosi,  soprattutto da quando vivo tutto l' anno in un luogo dove mangio pomodori che assomigliano in maniera impressionante ai pomodori ma che non sanno affatto di pomodori!!

Come viaggiatrice la componente gastronomica e' inscindibile da quella geografico-esplorativa e come emigrata di nuova generazione i viaggi in Italia sono per me l'occasione di saziare voglie prepotenti di delizie locali.
Quindi appena metto piede in Puglia in ordine sparso:
Mangio un paio di mozzarelle di bufala del Parco.
Scelgo con cura qualche pesca di Cerignola al mercato rionale.
Chiedo ai pescatori di indicarmi gli Sbarroni migliori da fare alla brace.
Porto a casa un bel polpo da percuetere,  per sfogarmi e farlo in insalata.
Dopo le 18:30 faccio la fila, o quello che si intende per fila, nella pizzeria di Grasso ( Corso Roma 86, Manfredonia) per accaparrarmi la piu' buona, soffice e croccante focaccia della citta', scambiando punti di vista e dubbi sul futuro del mondo e dell'orecchiette pugliesi.
Prendo il numero il n. 99, non per ritirare una raccomandata alla posta ma per assaggiare il gelato di Tomassino.
Passeggio sul lungomare sgranocchiando gli scaldatelli di Nella ( Via della Croce 47, Manfredonia) appena sfornati.
Faccio una gitarella fuori porta (Siponto) per cenare con il panzerotto" d'oro".

Dimenticavo, da quelle parti c'e'  anche e soprattutto un mare mozzafiato...



Insalata di polpo con patate

Ingredienti

un bel polpo verace...che pesi almeno 500 g.
2 foglie di alloro
una cipolla
una carota
4 patate a pasta gialla
rucola selvatica, possibilmente
olive nere
un peperone
cipolline sotto aceto
un cucchiaino di capperi sotto aceto
qualche pomodorino pachino
1 limone
olio di oliva
origano
sale e pepe nero

Se il polpo che avete comprato e' fresco probabilmente dovrete pulirlo.
Con un paio di forbici affilate procedete all'incisione degli occhi e poi della sacca interna che e' posizionata nella testa. Infine eliminate il becco...
Lavate bene i tentacoli e poi con un batticarne battete energicamente tutte le carni dalla testa ai tentacoli per sfibrarle e renderle piu' tenere alla cottura.
Mettete sul fuoco una pentola con acqua, una cipolla, una carota e le foglie di alloro. Portate l'acqua ad ebollizione e prendendo il polpo per la testa immergete i tentacoli per un paio di volte perche' si arriccino. Poi immergete tutto l'animale.
Lasciatelo cuocere da mezz'ora a quaranta minuti a seconda della grandezza e della sua freschezza. Controllate di tanto in tanto con una forchetta.
Intanto avrete messo a lessare le patate in acqua fredda. Una volta pronte, preparate una bella insalata, aggiungete i pomodorini, il peperone tagliato a listarelle, la rucola, le olive, le cipolline e i capperi. Condite con olio, limone, origano, sale e pepe a piacimento.
Quando il polpo sara' ormai cotto al punto giusto lasciatelo raffreddare nell'acqua di cottura. Tirarlo subito fuori dall'acqua bollente causerebbe uno shock termico alle carni che tenderebbero ad indurirsi.
Una volta tiepido tagliatelo a pezzi e unitelo all'insalata di patate.

giovedì 19 agosto 2010

Stasera per cinema



Gatto nero gatto bianco
vs
Burek my way

Difesa Jubecca
vs
La gatta




Gatto nero, gatto bianco è un film del 1998 finanziato da una produzione Jugoslavia/Francia/Germania e diretto dal regista bosniaco Emir Kusturica. È girato in lingua romaní e lo potremmo definire un affresco grottesco, a tratti ilare, divertito; una spirale coinvolgente di sentimenti che hanno perfino un non so ché di rude, di primigenio. Agresti, persi nella natura, rudi, quasi grezzi, i nostri protagonisti si situano assieme alla storia tra il fiume Danubio e gli animali ed i boschi che circondano le case dei gitani lungo il fiume. Un sapore che coinvolge, col gusto della terra e della comunanza, apparentemente folle, ma molto umana, tra persone e tra sapori.


Burek o Borek, nelle sue numerose varianti, disegna una geografia gastronomica che abbraccia storia popoli e culture. Popolare nella cucina ottomana e' rimasto tale nei paesi interessati dalla loro denominazione. Un cibo che avvicina piu' di quanto la politica sia stata in grado di fare per queste genti. Un sapore balcanico, popolare, onesto e semplice che si adatta ai luoghi e alle storie intrecciate di popoli fratelli. Un sapore a me caro perche' sa di mediterraneo - la mia casa- ma che con il suo accostamento di spezie e consistenze ci accompagna ad oriente, un oriente poi non cosi' lontano per i nostri palati.

Ingredienti
250 g di carne macinata di agnello
2 fogli di pasta yufka o fillo
1 cucchiaino di paprica
1 cucchiaino di allspice (mix di cannella, noce moscata, zenzero e chiodi di garofano)
pepe nero
1 cipolla a pasta gialla
1 carota
1 costa di sedano
aneto
semi di sesamo
burro
sale
olio d'oliva

In una padella antiaderente riscaldare dell'olio d'oliva e far imbiodire la cipolla. Soffriggere la carota e i sedano tagliati a tocchetti. Unire poi il macinato e le spezie. Salare a piacere la carne
Cuocere il composto facendo attenzione che non si asciughi troppo.
Torare fuori da l frigo due fogli di pasta fillo di forma rettangolare e con un pennello spennellare la superficie del primo con del burro fuso.
Diporre il composto di carne sul lato piu lungho della pasta e formare un rotolo che andrede a spennelare sulla superficie per arrotolarlo intorno ad un altro foglio, anche esso inburrato.
In una teglia antiadente disponete il rotolo in forma di spirale.Cospargetelo con semi di sesamo e cuocetelo in forno per una ventina di minuti a 200 gradi.
Servitelo tiepido in moda da esaltarne tutti i sapori.

English version

Ingredients
250 g of ground lamb
2 phyllo or yufka pastry sheets
1 teaspoon of paprika
1 teaspoon of allspice ( mix of cinnamon, nutmeg, ginger and cloves)
1/2 teaspoon of black pepper
1 medium yellow onion, peeled and chopped
1 carrot
some celery
3/4 cup butter, melted
some sesame seeds

Heat a large frying pan and add the oil. Saute the onion, the carrot and some celery until soft, and then add the ground lamb, allspice, paprika some salt and black pepper to taste. Cook until the meat is crumbly but not dry. Cool completely before you continue.
Lay 1 sheet of phyllo dough on the counter. Brush with some of the butter. Place the meat mixture across the sheet along the long side. Fold the bottom over the meat mixture and roll into a snake shape. Take an other sheet and after having brushed it with other butter wrap the previews roll dough. Place on a nonstick baking pan and making a coil. Brush with additional butter and spread some sesame speeds on top. Bake in a preheated oven at 200 degrees for 20 minutes or until just golden.

domenica 24 gennaio 2010

Stasera per cinema...

L'homme qui aimait les femmes
vs
Tarte Tatin pere e caprino


Difesa Jubecca vs La gatta





Allora tesoro, stasera per cena ti propongo L’uomo che amava le donne, (L'homme qui amait les femmes).
È un film del 1977 diretto da François Truffaut, se dolce o amaro, non saprei, la questione andrebbe quantomeno aggirata… è di certo saporito, si, ma non piccante, al limite direi speziato, quello che ti resta non è una libidine o un’eccitazione, ma quasi un’indecisione, una riflessione… come quando non ti alzi ancora da tavola per indugiare, sei sazio, non sei appesantito, ma non puoi certo dire di volerti alzare… non ancora, pensi… meglio rimanere ancora io e te sulla scia dei pensieri... sulla scia del gusto…
È un film ricco, tesoro, certo, ma al contempo di gusto sobrio, intendo dire che non ci sono molti elementi, ma questi pochi gusti hanno un sapore deciso, netto, così come lui ama tutte le donne e non sa venirne fuori, ti fa pensare che non ha senso venirne fuori... che ha più senso indugiare su un sapore nel palato sotto la superficie, vibrante, ti accompagna, si prolunga in gola… è un film francese, è un film pienamente francese…





Mio caro, lasciami dire che leggenda vuole che questa torta al contrario sia nata dall' errore di una donna mentre ancor piú leggendario risuona nella nostra memoria culinaria l'amore tra formaggio e pere. Antipasto o dessert? Inizio o fine? Errore o amore?
É solo un piatto pienamente francese.....


Ingredienti
3 pere conference
due cucchiai di miele d'acacia
1 cucchiaio di olio di oliva
pepe nero da macinare
cannella
100 g di formaggio caprino
1 manciata di pistacchi salati

Preriscaldate il forno fino a portarlo ad una temperatura di 180 gradi. Nel frattempo, pelate le pere e privatele del torsolo e dei semi. Tagliatele a spicchi e infine a striscioline. In una padella fate sciogliere l'olio e il miele a fuoco lento e aggiungete le pere. Spolverate il tutto con del pepe appena macinato e della cannella e mescolate delicatamente per circa 3 o 4 minuti, il tempo che la frutta si dori in superficie.
Inseguito disponete a raggiera le fettine di pera, in uno stampo da torta del diametro di 20 cm, precedentemente imburrato. Ricopritele in seguito con delle rondelle di circa 1 cm di spessore ottenute tagliando la buche di caprino.
Stendete infine il disco di pasta sfoglia cosi da coprire i due strati, facendo in modo di pressarne i bordi verso l'interno dello stampo.
Infornare a 180 gradi per una ventina di minuti.
A fine cottura capovolgete lo stampo su una griglia e spolverate la torta con la granella di pistacchi che avrete precedentemente ottenuto pestandoli grossolanamente. Salare e pepare a piacimento e servire la torta a temperatura ambiente.

martedì 24 febbraio 2009

Questa non è una frittata!!!


Il mio amore per la cucina etnica non è stato proprio quello che si definisce un colpo di fulmine. All'inizio alquanto convenzionale di un cinese di provincia, per niente apprezzato dal mio palato, che ha sempre avuto velleità, è seguito il mio incontro con la cucina spagnola e con Bea ai fornelli.
La nostra coinquilina cantabrica, ci ha infinocchiati ben bene con la storia della sua leggendaria sangria (la prima della sua vita) e della tortilla de patatas. Mi soffermerei sul momento della preparazione della Tortilla che ricordo come un rito iniziatico. L'atto di pelare le patate rigorosamente al coltello è una prova che sa di macismo! Giovani e baldi spagnoli ne fanno il loro vanto. Mentre alle cipolle possono pensare anche le donzelle indifese (beffardo destino che ci vede sempre versare lacrime amare!!!).
Quando gli ingredienti sono tagliati ad arte, si versa il prezioso olio d' oliva nella padella (dovendo accontentarsi di quello italiano che a detta degli spagnoli è un ripiego!!!) e si friggono i tocchetti di patate e cipolle. Appena dorati, i nostri ingredienti vanno scolati, salati ed aggiunti alle uova strapazzate. Il composto verrà di nuovo versato in una padella profonda e cotto a fiamma dolce.
Miracolo dell'incontro tra i popoli e le loro culture, ho gustato una squisita tortill.....FRITTATA!!!!!!
Si proprio così! Tanta reverenziale attenzione alle fasi di preparazione di una semplicissima ed erta frittataaaaa! Tutto il mondo è paese e a proposito di paese alla mia versione di Tortilla aggiungo un ingrediente proveniente da un ridente paese Laziale ... semi di finocchietto selvatico di Tolfa. Uno scambio culturale veramente gustoso!!!

PS. A parte gli scherzi quello che differenzia una tortilla da una frittato è lo spessore dato dal rapporto tra gli ingredienti. Patate e cipolle devono essere pittosto abbondanti rispetto alle uova.
Io ho usato 4 belle patate, 1 cipolla per due uova.

domenica 7 dicembre 2008

Cheese Cake al Broccolo


Cheesecake again!
Ecco gli ingredienti di un'altra variante:

1 cavolo non troppo grande
165 g di certosa
1 arancia
50 g di burro leggermente salato
2 uova
150 g di biscotti digestive
1 cucchiaio di zucchero di canna
cannella
pepe

Per la ricetta rimando ad un mio precedente post.